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Liturgia e Vita

12 aprile 2013

IL LIETISSIMO SPAZIO DEI 50 GIORNI

liturgiaevita@pddm.it

Perché è sparita la domenica in albis?

Per favore, potreste spiegarmi perché la domenica in albis è come sparita, non solo dalla vostra rivista ma anche dal Messale e dal Lezionario? Prima era tutto molto più lineare, perché il titolo esprimeva ciò che la liturgia del giorno celebrava; ora sembra quasi che la devozione alla Divina Misericordia abbia preso il sopravvento sulla liturgia, al punto che alcuni miei parrocchiani, durante la Settimana santa, sono più preoccupati della novena che del Triduo pasquale. È un’esagerazione dare importanza ai nomi delle domeniche? Come liturgisti, quale suggerimento potete dare a noi parroci? Grazie della vostra risposta.     don Franco C.


Il commento ufficiale alla riforma dell’Anno liturgico (1969) scrive: «Perché appaia più evidente che i cinquanta giorni del tempo pasquale, secondo quanto dice S. Atanasio, sono come “un solo giorno” o “una grande domenica”, le domeniche del tempo pasquale d’ora in poi non saranno più chiamate domeniche dopo Pasqua, ma domeniche di Pasqua, e così la “domenica in albis” sarà la domenica seconda di Pasqua, e le seguenti domenica terza, quarta di Pasqua e così di seguito».

Può essere lecitamente criticabile, a oltre quarant’anni di distanza, che nel rispetto dell’antica e significativa tradizione, a conclusione della settimana dedicava un tempo alle catechesi mistagogiche, non si sia lasciato a questa domenica la precedente denominazione almeno come sottotitolo. Tuttavia, bisogna comprendere la preoccupazione preponderante del gruppo di lavoro che si concentrò nel restituire alle domeniche del tempo pasquale la loro fondamentale qualificazione, non immaginando certo che tale domenica venisse caratterizzata dalla devozione alla Divina Misericordia (2000). Tale denominazione non influisce affatto sui testi liturgici di questa domenica (cf EV 19/687).

Che una devozione privata caratterizzi il titolo di una domenica è un caso unico, anche se in piena coerenza con il brano evangelico del giorno. I titoli che caratterizzano alcune domeniche, nella tradizione orientale e anche ambrosiana, sono direttamente dipendenti dai testi scritturistici oppure da un rito liturgico come la domenica in albis. La legittima devozione che si richiama a santa Faustina, prendendo esempio dalla correttezza liturgica con la quale si fa memoria della stessa nella seconda domenica di Pasqua, dev’essere gestita altrettanto correttamente in modo che non prenda il sopravvento sull’itinerario liturgico della Chiesa.

Il cero pasquale e i cinque grani di incenso

Dovendo realizzare un cero pasquale con la decorazione sulla simbologia di Cristo-Luce, volevo capire il significato liturgico dei cinque grani di incenso che vengono infissi nel cero durante la Veglia pasquale, richiamando le piaghe gloriose di Cristo. Ci sono dei testi di riferimento che potete indicarmi? E perché si usano grani di incenso a forma di pigna? Anche la liturgia ambrosiana li prevede o ci sono delle differenze? Grazie.          Chiara P.


La solenne accensione del cero durante la Veglia pasquale è quasi certamente uno sviluppo del rito ebraico dell’accensione dei lumi (= lucernario) all’inizio del sabato, cioè al tramonto del giorno precedente. L’accensione di un unico grande cero nel rito cristiano della Pasqua non si potrebbe interpretare diversamente se non in riferimento al Risorto. Ciò potrebbe essere in qualche modo confermato dal rito del lucernario descritto da Egeria (fine IV secolo) a Gerusalemme: la fiamma per accendere i lumi era attinta e fatta uscire dal Santo Sepolcro, dove una lampada ardeva continuamente (cf Diario II, 24, 4).

Man mano che la comunità cristiana si allontanava, nello spazio e nel tempo, dal mondo della Bibbia, diventava sempre più urgente passare dal simbolo alla più immediata rappresentazione per rendere più facilmente comprensibile il significato del cero ai nuovi fedeli che costituivano la Chiesa romano-barbarica. Infatti, il poeta Prudenzio (V secolo), in un inno per l’ufficiatura serale (lucernario), fa riferimento ad un cero che è stato unto con il crisma: una chiara evocazione del Cristo (= unto), il consacrato per antonomasia.

In due testi spagnoli del VII secolo (Ordo di Silos e Antifonario di Leòn) l’unzione si è trasformata in una vera e propria incisione a forma di croce con la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco: alfa e omèga (cf Ap 1,8; 21,6; 22,13). Il riferimento a Cristo passa così da un gesto momentaneo (l’unzione) ad un segno permanente (il riferimento all’anno corrente risale al X secolo).

L’origine dei cinque grani d’incenso è assai curiosa. Essi sono il risultato di una scorretta interpretazione di una rubrica che faceva riferimento alla prassi, altrettanto curiosa, di benedire il cero con la candela accesa che serviva per dare la fiamma al cero. Per maggior chiarezza è opportuno citare il testo latino: «Faciant crucem de incenso in cereo» dove incenso non è la nota resina profumata, ma la candela accesa (dal participio passato sostantivato del verbo latino incendere = incendiare, accendere). Una traduzione corretta potrebbe essere: «Si faccia sul cero il segno di croce con la candela accesa». Il malinteso diventa così un rito che si trova per la prima volta in un documento del XII secolo, nel quale si dice che il sacerdote «fissi sul cero cinque grani d’incenso in modo da formare una croce» (E. MARTÈNE, De antiquis Ecclesiae ritibus III, 160). Il significato di questi cinque grani restava tuttavia inspiegabile. Durando, vescovo di Mende (+ 1296), ne diede per primo due diverse spiegazioni allegoriche: «I grani d’incenso rappresentano i profumi comperati dalle sante donne per imbalsamare il Crocifisso... oppure le cinque piaghe ricevute sulla croce» (Per una più dettagliata documentazione cf M. RIGHETTI, Storia liturgica II, 188-196; soprattutto lo studio non tradotto in italiano di B. CAPELLE, Le rite des cinq grains d’encens, in Les questions liturgiques et paroissiales, 1932, pp 8-11).

Le complesse vicende storiche sopra sintetizzate giustificano ampiamente le norme dell’attuale Messale romano, il quale rende facoltativi questi gesti sul cero (cf pp 163-164, nn 11-12). Quanto alla forma dei cinque grani d’incenso (diventati con il tempo un falso perché di legno o metallo) non è mai esistita alcuna norma.

Il luogo del cero pasquale

Più di una volta ho sentito affermare dai liturgisti che la presenza del cero pasquale nelle chiese o nelle cappelle private, dove non sia collocato il fonte battesimale e dove non si effettuano battesimi, è quanto mai inopportuno, essendo il simbolo del cero strettamente collegato alla liturgia battesimale. Esistono documenti che danno questa indicazione?  sr. Luisa Z.

 

Anche i segni liturgici, come tutte le cose e tutti i gesti, diventano tanto più eloquenti e correttamente significativi quanto più vengono collocati nel loro contesto più vero e naturale. È ovvio, pertanto, che anche il cero pasquale trovi pienezza di senso là dove ha avuto luogo la veglia pasquale. Tuttavia, le norme prevedono che da Pasqua a Pentecoste il cero sia presente in ogni chiesa o presso l’ambone o presso l’altare quale segno caratteristico di questo tempo liturgico indipendentemente dal fatto che vi si celebrino o meno dei battesimi (cf Congregazione per il culto, Preparazione e celebrazione delle feste pasquali, 99). Al di fuori di questo tempo è ovvio che il cero pasquale ha senso soltanto là dove c’è il fonte battesimale. Lì, infatti, dev’essere collocato dopo la Pentecoste, poiché il rito del battesimo prevede che alla sua fiamma si accendano le candele dei neobattezzati per esprimere visibilmente il dono soprannaturale di quella luce che proviene dalla fede (cf IC, Introduzione Generale, 25).

Ancora sul luogo del cero pasquale

Nei 50 giorni che vanno dalla Veglia pasquale a Pentecoste, il cero pasquale posto accanto all’ambone o vicino all’altare, va acceso tutti i giorni durante la celebrazione eucaristica oppure solo nei primi otto giorni di Pasqua e poi solo la domenica fino alla Pentecoste? Potreste anche rispiegare qual’è il luogo più adatto per collocare il cero e perché?

Un seminarista

 

Alla prima domanda rispondiamo semplicemente citando il n 99 della Lettera circolare sulla preparazione e celebrazione delle feste pasquali che dice: «Il cero pasquale, da collocare presso l'ambone o vicino all'altare, rimanga acceso almeno in tutte le celebrazioni liturgiche più solenni di questo tempo (= tempo pasquale!), sia nella Messa, sia a Lodi e Vespri, fino alla domenica di Pentecoste. Dopo di questa il cero viene conservato con il dovuto onore nel battistero, per accendere alla sua fiamma le candele dei neobattezzati nella celebrazione del Battesimo. Nella celebrazione delle esequie il cero pasquale sia collocato accanto al feretro, ad indicare che la morte è per il cristiano la sua vera Pasqua. Non si accenda il cero pasquale fuori del tempo di Pasqua né venga conservato nel presbiterio (cf Messale Romano, Domenica di Pentecoste, rubrica finale; Rito del battesimo dei bambini, Iniziazione cristiana, Norme generali, n 25)».

Come si vede, la norma dice di accendere il cero almeno… nelle celebrazioni più solenni. Occorre dire, per esempio, che per una comunità, in particolare religiosa, ogni celebrazione liturgica è solenne, ogni giorno, sebbene sia poi sempre opportuno dare alla liturgia della domenica un accentuato carattere festivo, festoso e pasquale! Normalmente dunque si accenda il cero sia per l’Eucaristia sia per la Liturgia delle Ore, di domenica sempre ma anche nei giorni feriali! Si potrà obiettare che in questo modo il cero si consuma troppo. Quando sarà finito, lungo l’anno, se ne prenderà un altro, l’importante è che sia vero cioè di cera, non un finto cero con la candela dentro. Nella liturgia tutto dev’essere vero: noi, l’arredo, il canto, le preghiere, ecc. Il cero viene collocato accanto all’ambone o all’altare perché sono due luoghi pasquali: l’ambone è il monumento o spazio liturgico che è simbolo, cioè presenza, del sepolcro vuoto, pietra da cui Cristo Risorto parla alla sua Chiesa (cf SC n 7); l’altare è anch’esso segno di Cristo, roccia da cui scaturiscono i fiumi della grazia che disseta, santifica e salva, trono dell’Agnello immolato, mensa del sacrificio e del banchetto divino dell’Agnello… viva memoria del Calvario e del Cristo morto, sepolto e risuscitato.

La sera di Pentecoste, con i secondi Vespri, si conclude il tempo pasquale e dunque il cero si porta e si colloca presso il battistero, «sepolcro e madre» dei cristiani che lì, in sacramento, entrano nella morte e nella risurrezione di Cristo. Il battesimo è la Pasqua del cristiano, come anche la morte; per questo, nelle esequie, si colloca il cero accanto alla bara. Questa Pasqua, già reale, sarà manifesta e definitiva con la risurrezione dei corpi ed il cero indica proprio tutto ciò. Non si tenga quindi nel presbiterio.

Il battistero può trovarsi presso l’ingresso, come è stato per lungo tempo nella storia: invitiamo a tal proposito a rivalutare e curare i battisteri molto belli che si trovano in molte chiese. Con la possibilità dell’amplificazione si può continuare a celebrarvi il battesimo: ciò consente di rendere bello e dare un poco di movimento al rito battesimale. Il battistero può stare in una cappella laterale o al massimo accanto all’ambone, nei pressi ma non sul presbiterio (si veda a tal proposito la Nota pastorale CEI del 1993 “La progettazione di nuove chiese” n 11) per dare la possibilità di un certo cammino verso l’altare: poiché l’Eucaristia è il punto di arrivo e il culmine dell’iniziazione cristiana, anche i luoghi devono indicare questa realtà. Non è inutile l’ultimo richiamo della Lettera circolare: «non si accenda il cero fuori del tempo pasquale» e, ovviamente, del battesimo e dei funerali. Abbiamo assistito in questi anni ad una miriade di occasioni in cui si riaccende il cero; qualsiasi incontro di preghiera ne diventa pretesto. Rischiamo in questo modo di svilire il segno e non farlo parlare più. È necessario anche ricordare che dove non si fanno i riti del Triduo pasquale e quindi la Veglia, non si avrà il cero e non se ne potrà mettere uno comunque, a ragione di quel principio di verità che abbiamo richiamato sopra. In alcuni casi è sacrificio rinunciare a questo segno, ma è questione appunto di coerenza.

Il congedo nel tempo pasquale

Nell’ottava di Pasqua, al termine della santa Messa, il sacerdote conclude con l’invito: «Andate in pace», aggiungendo «Alleluia, Alleluia». Le domeniche successive sono dette «di Pasqua», quasi a significare una Pasqua continua. Mi domando, allora, perché non estendere l’acclamazione «Alleluia, Alleluia» al termine della celebrazione anche in tutte le domeniche di Pasqua e non soltanto nell’ottava? Tiziana

 

Ognuno di noi non si identifica semplicemente con il suo patrimonio genetico, ma è il risultato complesso di tanti incontri con persone e circostanze. Allo stesso modo la liturgia, che manifesta l’identità della Chiesa, non è il risultato di uno studio compiuto a tavolino, ma il frutto di una lunga storia durante la quale la salvezza di Dio si è incarnata in luoghi, tempi e culture diverse.

Ora, nella sua storia, la Chiesa ha di fatto privilegiato i primi otto giorni della cinquantina pasquale, la prima settimana dei tempi nuovi, della nuova creazione, dell’uomo nuovo con la presenza dei neofiti che, in questa prima settimana, esprimevano la loro vita nuova in Cristo attraverso assemblee liturgiche quotidiane durante le quali avevano luogo le catechesi mistagogiche, cioè la scoperta dell’identità cristiana a partire dai riti celebrati (cf M. RIGHETTI, Storia liturgica III, 219-225).

Le sette settimane più l’ottavo giorno della Pentecoste non sono che un riflesso, una eco di quei primi sette giorni. Cinquanta giorni che, citando sant’Atanasio, le norme generali del Calendario romano presentano «come un solo giorno di festa, anzi come una grande domenica» (n 22).

Con tutto ciò, per le ragioni storiche di cui sopra, si è voluto opportunamente mantenere la particolarità della prima settimana, che fin dall’VIII secolo è caratterizzata dal duplice «Alleluia» al congedo. «I primi otto giorni del tempo pasquale costituiscono l’ottava di Pasqua e sono celebrati come solennità del Signore. Nel congedare il popolo nella Messa si aggiunge un duplice “Alleluia” alla monizione: “La Messa è finita”» (Cerimoniale dei vescovi, 373).

Lo stesso congedo è previsto in questa prima settimana di Pasqua anche per la liturgia delle Ore (cf vol. II, p 960). Ad ogni modo, per evidenziare la continuità della celebrazione pasquale per tutti i cinquanta giorni, il Messale romano, prevede che il duplice «Alleluia» sia ripreso anche nella domenica di Pentecoste (cf p 243). Per gli altri giorni della cinquantina pasquale il Messale romano in lingua italiana suggerisce di congedare l’assemblea con una monizione che, in gran parte, toglie da ogni imbarazzo e incertezza e che nello stesso tempo esplicita il senso del congedo: «Andate e portate a tutti la gioia del Signore risorto».

Inoltre la continuità dei cinquanta giorni della Pentecoste con la grande veglia e con la prima domenica di Pasqua è evidenziata da altri segni anche più pregnanti, come il cero pasquale posto accanto all’ambone o all’altare e circondato di fiori, il solenne canto dell’Alleluia al Vangelo, gli altri canti della Messa tipicamente pasquali e l’addobbo dell’area presbiteriale che non dovrebbe essere «solito», ma del tutto speciale, anche più bello di certi riti nuziali che, per quanto importanti, non possono competere con la Pasqua del Signore.

Regina caeli

Vorremmo conoscere l’origine dell’antifona mariana Regina caeli e avere qualche indicazione per una celebrazione prolungata di tale preghiera.   Sr. Maria Silvana

 

Il canto del Regina caeli, insieme alle altre tre «antifone» mariane (Alma Redemptoris Mater, Ave Regina caelorum, Salve Regina) fa parte di quei canti devoti che sorsero fra l’XI e il XIII secolo nelle comunità monastiche quale «saluto» alla vergine Maria, specie al termine della giornata. Da questo «saluto» mariano si è sviluppata in seguito la prassi della benedizione eucaristica serale chiamata, non a caso, nell’area francofona «salut du très Saint Sacrément» (cf M. RIGHETTI, Storia liturgica, II, 631). Questi canti mariani si diffusero al di fuori dei monasteri, soprattutto per opera dei francescani che li introdussero nel loro breviario (= liturgia delle ore), dopo l’ora di compieta, ma senza un preciso legame con il tempo liturgico. Il che avvenne soltanto con il breviario di San Pio V (1568).

Il Regina caeli, prima di diffondersi come canto quotidiano a Maria, specie nel tempo pasquale, lo si trova in un testo del XII secolo come antifona al Magnificat durante l’ottava di Pasqua. Si tratta dell’adattamento di un inno natalizio in rima, composto pochi anni prima.

Nel 1743, con un rescritto di Benedetto XIV, il Regina caeli sostituisce l’Angelus Domini nella preghiera quotidiana di tutti i fedeli.

La norma attuale che riguarda la conclusione dell’ora di compieta e di tutto l’ufficio quotidiano recita così: «Poi si dice una delle antifone della Beata Vergine Maria. Nel tempo pasquale sarà sempre l’antifona Regina caeli. Oltre le antifone contenute nel libro della Liturgia delle Ore, le Conferenze episcopali possono approvarne altre» (PNLO 92).

Così commenta Vincenzo Raffa: «Dopo compieta si dice l’antifona della Madonna che per il tempo pasquale rimane Regina caeli, ma negli altri periodi può essere una a scelta della serie tradizionale; serie che può essere allungata con canti nuovi, purché approvati dalle Conferenze episcopali» (La liturgia delle ore, Presentazione storica, teologica e pastorale, p 138). Infatti il libro attuale delle ore propone, per il tempo ordinario, alla libera scelta non solo le antifone tradizionali, ma anche altri testi antichi: Sub tuum praesidium, Inviolata, Virgo parens Christi.

Per un’eventuale e articolata celebrazione del Regina caeli è opportuno riferirsi allo schema proposto dal sussidio per le celebrazioni dell’anno mariano 1987-1988: In preghiera con Maria la Madre di Gesù, pp 302-309.

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