Liturgia e Vita

07 maggio 2017

I GESTI NELLA LITURGIA

liturgiaevita

La genuflessione

 

La genuflessione è un atto privato, di semplice devozione, oppure...? Ha la stessa importanza e significato sostituirla con l’inchino? Perché è stata abolita la doppia genuflessione e in quale documento si dice questo? Carlo (catechista)

 

In primo luogo è opportuno distinguere la semplice genuflessione dal pregare in ginocchio. Il primo è un gesto, il secondo un atteggiamento. Entrambi sono previsti nella preghiera liturgica con significati diversi secondo le circostanze.

È noto che l’atteggiamento fondamentale della preghiera liturgica è in piedi. Così, infatti, sta sempre il sacerdote all’altare. È l’atteggiamento di coloro che per il battesimo sono diventati figli nel Figlio e, pertanto, quando stanno davanti al Padre come corpo di Cristo, cioè nella celebrazione liturgica, stanno in piedi, non certo per i loro meriti, ma per i meriti di Cristo. La preghiera in ginocchio è piuttosto l’atteggiamento della preghiera privata quando ci si pone davanti a Dio singolarmente, con tutto il peso della nostra povertà. Tuttavia, la preghiera in ginocchio entrò nella liturgia nel medioevo (Sacramentario Gregoriano, VII secolo) nei giorni e nei tempi penitenziali quando il diacono invitava i fedeli a fare qualche istante di preghiera silenziosa in ginocchio prima che il presidente pronunziasse l’orazione a nome di tutta l’assemblea che, nel frattempo, aveva assunto nuovamente la posizione eretta. Nel passato, quando si assisteva alla Messa facendo altre devozioni private, praticamente i fedeli restavano quasi per tutto il tempo in ginocchio. Questo atteggiamento oggi è previsto in alcune celebrazioni durante il canto delle litanie dei santi, purché non sia domenica né il tempo pasquale. Durante la Messa, se le circostanze e il luogo lo permettono, si può stare in ginocchio durante la consacrazione, dall’epiclesi preconsacratoria all’ostensione del calice inclusa (cf. Messale Romano, Precisazioni CEI,1).

La genuflessione entra nella liturgia a partire dal XVI secolo come gesto di adorazione e di riverenza in sostituzione dell’originario inchino.

La liturgia orientale non conosce la genuflessione, ma soltanto l’inchino profondo. Nel rito romano la genuflessione è oggi presente in alcuni momenti della Messa da parte di colui che presiede: dopo l’ostensione sia del pane che del calice e prima della comunione. Sono previste da parte di tutti, sempre nel limite del possibile, significative genuflessioni durante la lettura della Passione nel momento in cui si legge la morte di Gesù. Così nella festa dell’Annunciazione, alle parole del Credo «e per opera dello Spirito Santo... si è fatto uomo». Di norma «dinanzi al Santissimo Sacramento, sia chiuso nel tabernacolo che esposto alla pubblica adorazione, si genuflette con un solo ginocchio» (Culto Euc. 84). Quest'ultima precisazione abolisce la genuflessione doppia (con tutte due le ginocchia) invalsa tardivamente davanti al Santissimo esposto. Nel vecchio cerimoniale era prevista la genuflessione anche tutte le volte che durante la liturgia si passava davanti al vescovo. Gesto di riverenza abolito per recuperare l’antico e semplice inchino. L’inchino profondo è assai praticato nell’ambiente monastico e, per la verità, riscuote oggi molta simpatia e si diffonde anche tra i fedeli per esprimere adorazione e venerazione durante il culto liturgico. 

Come e quando è sorto il segno di croce? 

Come e in che periodo è sorto il segno della croce? don Gianni

 

Il più antico segno di croce praticato dai cristiani non è quello che è oggi a noi abituale, ma il piccolo segno di croce sulla fronte che è rimasto nella Messa all’inizio della proclamazione del Vangelo, con le altre due aggiunte successive sulle labbra e sul petto.

Questa la testimonianza della Tradizione Apostolica di Ippolito (215 circa): «Se sei tentato, segna la tua fronte con devozione» (n. 42). Così scrive Tertulliano († 240): «Se ci mettiamo in cammino, se usciamo e rientriamo, se ci vestiamo, se ci laviamo o ci mettiamo a mensa o a letto, se ci mettiamo a sedere, in queste e in tutte le nostre azioni ci segniamo la fronte con il segno della croce» (De Corona, III, 4). Molto probabilmente questo modo di segnarsi intendeva richiamare il sigillo crismale (cf. M. RIGHETTI, Storia liturgica, I, 368). 

Durante il VI secolo, dopo la condanna al Concilio di Calcedonia (451) dell’eresia monofisita (= in Cristo una sola natura a scapito della sua vera umanità) a partire dall’Oriente si diffuse la prassi di segnarsi sulla fronte con le prime tre dita unite tenendo chiuse le due restanti per indicare contemporaneamente l’unità e la Trinità di Dio e le due nature in Cristo. Prassi diffusasi anche in Occidente, documentata chiaramente da un bassorilievo del duomo di Modena (XII sec.), ma che decadde assai presto se i Greci già alla fine del XIII secolo rimproverano i latini di benedire con la mano aperta. L’antica prassi è ancora in vigore in Oriente, mentre in Occidente rimase abituale nel modo di benedire da parte dei vescovi e in particolare nella benedizione papale almeno fino a Pio XII († 1958). 

Per quanto riguarda il grande segno di croce sulla parte superiore del corpo, a noi così abituale, non è possibile determinare con precisione il tempo e il luogo in cui ha cominciato a diffondersi. È certo che Innocenzo III († 1216) lo attesta e lo prescrive dettagliatamente, sebbene ancora con le dita unite come i Greci e con lo stesso movimento che è ancora oggi abituale in Oriente: «Il segno di croce si deve compiere con tre dita dall’alto in basso e da destra a sinistra» (De sacro altaris mysterio, II, 45). Come si sia passati alla mano aperta e con il movimento inverso (= da sinistra a destra) non è documentabile. 

Il grande segno di croce, probabilmente sorto e diffuso assai anticamente nella devozione privata, è entrato ufficialmente nella liturgia soltanto nel XVI secolo.

I gesti del presidente durante il saluto e la seconda epiclesi 

Ho due domande da proporre alla vostra attenzione:

1. Al n 134 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano si cita espressamente che il sacerdote apre il libro e a mani giunte dice: «Il Signore sia con voi». Ma non sarebbe più corretto aprire le braccia e allargarle come quando si fa il saluto iniziale?

2. Nella preghiera eucaristica, al momento della seconda epiclesi, è appropriato il gesto di stendere le braccia verso l’assemblea, dato che si invoca lo Spirito Santo su di essa?   don Nino

 

La rubrica che prevede le mani giunte da parte del diacono o del sacerdote durante il saluto che precede la proclamazione del Vangelo si trovava già nel Ritus servandus del vecchio Messale tridentino (n 42). Non avendo testimonianze storiche che diano ragione di questo atteggiamento così scrive Vincenzo Raffa: «Il gesto a mani giunte indica che qui non si tratta propriamente di un saluto, ma della constatazione di Cristo presente che sta per rivolgere la sua parola. È forse anche il modello di un atteggiamento da tenere: quello di un devoto ascolto» (Liturgia eucaristica, 319). Infatti, le mani giunte, atteggiamento entrato tardivamente nel cerimoniale liturgico, erano nel medio evo una forma di omaggio e di dedizione con la quale il feudatario si presentava al suo signore (cf. M. RIGHETTI, Storia liturgica I, 380). 

Senza entrare nei dettagli della complessa storia dell’epiclesi (= invocazione dello Spirito), è opportuno ricordare che nell’antica preghiera eucaristica tramandataci dalla Traditio apostolica (215 circa) vi è un’unica epiclesi, collocata dopo le parole dell’istituzione, che invoca l’azione dello Spirito contemporaneamente sul pane e sul vino e su quanti li assumono (cf. cap 4). Questa unità e collocazione è ancora oggi presente nella tradizione orientale. 
La distinzione in due epiclesi, una consacratoria sul pane e sul vino e l’altra di comunione sull’assemblea, è stata determinata soprattutto dalla teologia successiva e dal conseguente desiderio di privilegiare le parole dell’istituzione («Questo è il mio corpo… Questo è il calice del mio sangue…»). Anticipando l’epiclesi consacratoria, infatti, appare più chiaramente che quanto è richiesto allo Spirito si realizza con le parole pronunciate da Cristo. È questa la tradizione occidentale che la riforma liturgica del Vaticano II, a partire in qualche modo dall’antico canone romano, ha voluto conservare anche nella composizione delle nuove preghiere eucaristiche (cf. A. BUGNINI, La riforma liturgica, 451-455). 

La teologia della Chiesa d’oriente privilegia invece l’epiclesi e a essa collega la trasformazione sacramentale. Pertanto la seconda epiclesi, sia storicamente sia teologicamente, è in stretta continuità con la prima, ne è la conclusione ed esprime la finalità della trasformazione: «Per la comunione al corpo e sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo». Giustamente la rubrica non prevede l’imposizione delle mani sull’assemblea. Il gesto non corrisponderebbe alle parole che vengono pronunciate. Non si tratta di un’ulteriore «consacrazione» dell’assemblea, ma di invocare il compimento, i frutti dell’unica consacrazione.

Gesti e atteggiamenti dei fedeli durante i riti di benedizione 
Desidero porre delle domande su alcuni gesti: 1. Quando il sacerdote durante la celebrazione asperge l’assemblea con l’acqua benedetta, ogni fedele che gesto deve compiere? Inchinare la testa, segnarsi con il segno della croce, o che altro?
2. Quando il ministro al termine dell’adorazione eucaristica benedice con il Santissimo Sacramento, i fedeli che sono in ginocchio, devono segnarsi, guardando l’ostensorio, con il segno della croce, oppure devono inchinare la testa, o compiere entrambi i gesti?
3. Nella monizione introduttiva del Benedizionale (capitolo XLVII, n. 1427) dedicato alla benedizione dell’acqua lustrale fuori della Messa è scritto: «Con la benedizione dell’acqua noi facciamo memoria di Cristo, acqua viva, e del sacramento della nostra rinascita dall’acqua e dallo Spirito Santo. Ogni volta che ne saremo aspersi, o faremo con essa il segno della croce all’entrata della chiesa o nelle nostre case, renderemo grazie a Dio per il dono inestimabile del battesimo e imploreremo il suo aiuto, perché possiamo confermare con la vita ciò che è stato trasmesso nella fede». Mi chiedevo se non è bene fare il segno della croce con l’acqua benedetta contenuta nell’acquasantiera anche mentre si esce dalla chiesa?   Filippo C. 

 

Le domande sono tre, ma unite da un unico interrogativo che riguarda i gesti e gli atteggiamenti dei fedeli durante i riti di benedizione. 

Ogni tipo di benedizione è sempre in qualche modo evocativa di quel battesimo che costituisce la prima e fondamentale benedizione (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1082-1083, 1213; Benedizionale, 3-4, 26d, 1421). È questo fondamentale rapporto con il battesimo che, semplificando la problematica, ha condotto i cristiani all’uso dell’acqua nei diversi riti di benedizione, anche se tale uso nella storia non sempre è stato inteso e praticato correttamente, ma con derive magiche e superstiziose. È soprattutto nell’aspersione sulle persone che emerge più chiaramente il riferimento battesimale. 

Con quali atteggiamenti e con quali gesti l’assemblea o i singoli partecipano a questo rito? Le rubriche non lo specificano dettagliatamente ogni volta. Tuttavia, proprio perché il riferimento è a quel battesimo-confermazione che ci ha «segnati» con il segno della croce, è consequenziale, anche se non sempre specificato, che al momento dell’aspersione ci si segni con il segno di croce come del resto è previsto dalla norma generale sull’uso dell’acqua benedetta: «Tutti coloro che entrano in chiesa, secondo una lodevole consuetudine, fanno su di sé il segno della croce, in ricordo del battesimo, con la mano intinta nell’acqua benedetta ivi apprestata in un bacile» (Cerimoniale dei vescovi, 110). Tale gesto è significativo quando si passa dal luogo profano a quello sacro per metterci davanti a Dio e in comunione con lui. Non altrettanto significativo quando si esce; infatti, non è previsto da alcuna norma. Anche quando non si usa l’acqua, la benedizione si riceve sempre accompagnando il gesto di chi presiede segnando se stessi con il segno di croce secondo una tradizione che risale ai primi secoli, quando tale segno era però limitato sulla fronte quale memoria dell’unzione crismale (cf. M. RIGHETTI, Storia Liturgica, I, 367-373). 

Per quanto riguarda l’atteggiamento del corpo da parte di coloro che ricevono la benedizione il Messale Romano prevede esplicitamente che al momento delle benedizioni solenni o delle preghiere di benedizione sul popolo i fedeli assumano un atteggiamento di devota accoglienza inchinandosi in modo spontaneo e naturale senza altri dettagli (cf. MR, pp 428 e 446; Cerimoniale dei vescovi 68-71). Tale atteggiamento riverente, anche se non prescritto ogni volta, è esemplare e quindi auspicabile e presupposto tutte le volte che si riceve una benedizione, anche quando la benedizione è fatta sui luoghi e sulle cose poiché i destinatari ultimi sono in realtà sempre «gli uomini che usano quelle determinate cose e operano in quei determinati luoghi» (Benedizionale, 12). 

A maggior ragione questo atteggiamento è particolarmente opportuno quando la benedizione viene data con il sacramento eucaristico tracciando sul popolo il segno di croce. Infatti, alla semplice benedizione si unisce anche il gesto dell’adorazione. Per questo rito le rubriche generali, tenendo saggiamente conto delle diverse tradizioni, come pure delle situazioni ambientali, non impongono di stare in ginocchio. Tuttavia le norme prevedono che il sacerdote resti in ginocchio durante il canto del Tantum ergo o di altro inno eucaristico sostitutivo (Culto Eucaristico, 114; Cerimoniale dei vescovi, 1113). Ciò presuppone che tale atteggiamento sia assunto, per quanto possibile, anche dall’assemblea e sia mantenuto durante il rito di benedizione. Una gestualità più che opportuna per esprimere, alimentare e testimoniare chiaramente la fede della Chiesa riguardo all’Eucaristia. 

In piedi o in ginocchio dopo la comunione?

Desidero sapere se bisogna mettersi in piedi quando il sacerdote repone la pisside nel tabernacolo dopo aver distribuito l’Eucaristia, oppure è meglio stare seduti o in ginocchio? P.P.


L’ideale è «che i fedeli, come anche il sacerdote è tenuto a fare, ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate nella stessa Messa» (OGMR 85), quindi, di norma, senza recarsi a prelevare la riserva eucaristica che ha un’altra finalità, gesto che oscura la partecipazione di tutta l’assemblea alla stessa celebrazione in atto. Per questo «terminata la distribuzione della Comunione, il sacerdote all’altare consuma subito totalmente il vino consacrato rimasto; invece le ostie consacrate, che sono avanzate, o le consuma all’altare o le porta al luogo destinato alla conservazione dell’Eucaristia» (OGMR 163). La reposizione è, pertanto, un’azione eventuale che si pone ai margini del rito della Messa e coerentemente le norme non prevedono alcun coinvolgimento particolare da parte dei fedeli: «Terminata la distribuzione della Comunione, il sacerdote e i fedeli, secondo l’opportunità, pregano per un po’ di tempo in silenzio. Tutta l’assemblea può anche cantare un salmo, un altro cantico di lode o un inno» (OGMR 88). Durante questo spazio di tempo si può stare seduti (cf OGMR 43). 

A questo punto non è del tutto superfluo ricordare che «l’atteggiamento comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell’unità dei membri della comunità cristiana riuniti per la sacra Liturgia» (OGMR 42). Lo spazio di tempo dopo la comunione fa parte della celebrazione liturgica; non è quindi il momento delle devozioni private e di conseguenza un atteggiamento comune è più che opportuno specialmente se si canta. La vera «devozione» si manifesta nella liturgia adeguandosi all’atteggiamento dell’assemblea.

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