Liturgia e Vita

02 ottobre 2017

I SACRAMENTI

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La formula dell’assoluzione

Un giorno sono andato a confessarmi da un sacerdote in una parrocchia diversa da quella che frequento abitualmente. Mi è venuto un dubbio, poiché invece di dire la formula prevista dalla Chiesa, cioè: «Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», il confessore ha cambiato dicendo: «Io, per Sua autorità, ti perdono tutti i peccati, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». È valida comunque l’assoluzione? Come mi devo comportare? Ripetere da un altro sacerdote la confessione? Grazie      Daniele

Speriamo che il sacerdote in questione abbia pronunciato il testo completo della preghiera di assoluzione dove la formula essenziale è collocata soltanto in conclusione. Questo testo, infatti, pone in evidenza come l’assoluzione sia opera del Dio-Trinità, frutto di quella misteriosa storia di salvezza che trova il suo culmine nella Pasqua di Gesù e che, per l’azione dello Spirito Santo, si rende attuale ed efficace oggi, qui, per me, attraverso il ministero della Chiesa.

«Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sé il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». L’espressione «per sua autorità» non c’è in questa formula stabilita dalla Chiesa nel 1973. Essa era però presente nel rituale precedente, nella preghiera che precedeva la formula essenziale e nella quale si faceva riferimento alla scomunica, alla sospensione da alcune facoltà (solo per i sacerdoti) e all’interdetto (privazione di alcuni diritti del battezzato). In altre parole, sanzioni giuridico-penali, dove il termine «autorità» suonava certamente più omogeneo.

Nell’attuale formulazione, alla luce della tradizione risalente al primo millennio, si è voluto privilegiare e rendere chiara l’azione preponderante della divina Trinità della quale il sacerdote è soltanto umile servitore (cf. A. BUGNINI, La riforma liturgica, 653). È quindi scorretto mutilare la formula riducendola alle sole parole conclusive e ancora più scorretto modificare queste precise parole essenziali e comuni alla Chiesa di una certa area linguistica. Le formule sacramentali non sono magiche; dicono e producono gli stessi effetti sebbene con termini diversi, ma equivalenti, secondo il genio delle diverse lingue, in piena fedeltà alla formula essenziale stabilita dalla Chiesa nella lingua latina. Pertanto, sebbene biasimando, anzi condannando la manipolazione, non metterei in dubbio la validità del divino perdono che affonda le sue radici nel sincero pentimento (contrizione). Non c’è pertanto alcun bisogno di ripetere la confessione. Per semplice informazione, ma anche per tranquillità del penitente, si fa presente che l’absolvo dell’originale latino in molte altre lingue è stato tradotto con l’equivalente del verbo perdonare. Verbo che è certamente non solo più biblico, ma anche più comprensibile e lontano da quel linguaggio giuridico-penale dei tribunali umani, che non si addice affatto all’organismo sacramentale. D’altra parte, il verbo assolvere si riferiva originariamente piuttosto all’assolvimento di quella penitenza che veniva imposta prima della riconciliazione (= absolutio paenitentiae) e non ai peccati.

È possibile togliersi il battesimo e cosa comporta?

Ho da sottoporre una questione un po’ dolorosa, che ha toccato la mia famiglia. Qualche settimana fa mio fratello mi ha annunciato di volersi… «sbattezzare» (cioè togliersi il battesimo) e di aver iniziato le pratiche in tal senso. Sono catechista e so che il battesimo è indelebile, ma mi è sembrato così sicuro di sé che non ho osato replicargli nulla. Mi chiedo: c’è davvero un modo per «togliersi il battesimo»? Cosa comporta, in pratica questa decisione? Grazie della risposta.  Pina C.

La catechista Pina ha ragione: non è possibile cancellare il battesimo come non è possibile cancellare la nostra paternità e maternità genetica, comunque avvenga e qualunque sia la nostra relazione con chi ci ha generati.

Il battesimo manifesta e realizza un’azione di Dio che produce ciò che dice e della quale egli non si pente mai, qualunque sia la nostra risposta.

La teologia ha chiamato questo rapporto indelebile della creatura umana con Dio «carattere».

I sacramenti non fondano semplicemente un rapporto individuale con il Signore, ma fanno e sviluppano la Chiesa, corpo visibile di Cristo. Ora c’è chi, per ragioni che solo il Signore conosce e può giudicare, decide di non voler avere più alcun interesse per Dio e di manifestarlo anche visibilmente (e polemicamente) rompendo in maniera pubblica il suo rapporto con la Chiesa. Infatti, si possono voltare le spalle a Dio anche senza nulla cambiare nel registro parrocchiale. Non è l’annotazione nel registro che fa il cristiano: si può essere battezzati ed essere liberamente atei. I sacramenti non tolgono la libertà. Tuttavia, l’autorità ecclesiastica, nel rispetto della dignità e libertà di ciascuno, accetta di porre una nota a margine dell’atto di battesimo che non cancella il sacramento (non sta nel potere dell’uomo annientare un’azione di Dio!), ma sospende tutti i doveri e diritti ecclesiali: l’esclusione da tutti i sacramenti e sacramentali; il divieto di essere padrino/madrina nei battesimi e nelle cresime; la privazione delle esequie cristiane, a meno che non sia stato dato un qualche segno di pentimento (cf. CDC, can. 1184). Proprio quest’ultima precisazione rivela come le sanzioni della Chiesa non siano punitive, ma medicinali, non mirano a condannare, ma a salvare (cf. CDC, can. 1312).

Ciò che è chiamato impropriamente «sbattezzo» richiede una certa procedura giuridica che coinvolge il parroco e lo stesso vescovo, non per complicare la vita a chi ha scelto di andarsene, ma perché tale gesto sia pienamente consapevole e anche ufficiale, come desidera appunto chi fa tale richiesta. La Chiesa, come il padre misericordioso della nota parabola, non si oppone alla libertà del figlio che vuole andarsene di casa, ma non per questo cessa di amarlo, con la speranza che un giorno quell’amore indelebile e gratuito, significato dal battesimo, abbia il sopravvento nel cuore umano e permetta a tutta la casa di Dio di fare festa, in cielo come in terra (cf. Lc 15,7).

Prima comunione e fede ortodossa

Dall’anno scorso nel gruppo di catechismo frequentato da mio figlio si è inserita una bambina rumena arrivata in paese da un po’ di tempo con la sua mamma. Si sono integrate presto nella nostra piccola comunità, e sono benvolute da tutti. Sono ortodosse, ma partecipano con entusiasmo alle attività della parrocchia. Ora, quest’anno i bambini cominciano la preparazione alla prima comunione e, durante l’incontro con i genitori, il parroco ha detto che questa bambina farà la comunione con gli altri, anche se è ortodossa e intende rimanere tale. Questo ci ha molto stupito e ci chiediamo se ciò sia possibile o se è un’iniziativa del parroco. Potreste aiutarmi a fare chiarezza? Grazie.    Mirella

La situazione qui descritta non è così rara se fin dal 2010 l’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e l’Ufficio Nazionale per i problemi giuridici hanno emanato un Vademecum dal titolo eloquente: La pastorale delle parrocchie cattoliche verso gli orientali non cattolici (cf. ECEI 8/3378-3488).

In considerazione del fatto che la teologia sacramentale ortodossa e quella cattolica, seppur con sfumature diverse, sono sostanzialmente simili e certamente concordi in ciò che è essenziale, «la Chiesa cattolica permette ai fedeli ortodossi (come in generale agli orientali non cattolici) di ricevere in essa i sacramenti della penitenza, dell’Eucaristia e dell’unzione degli infermi in circostanze definite, in via straordinaria e a determinate condizioni» (n. 3398).

Pertanto, viene preso esplicitamente in considerazione anche il caso presentato dalla nostra lettrice. «Nel contesto italiano può capitare che alcuni genitori orientali non cattolici chiedano che il figlio riceva la “prima comunione” insieme ad altri ragazzi cattolici di rito latino. In questo caso, bisognerà ricordare che con ogni probabilità il bambino ha già ricevuto la prima comunione insieme al battesimo o subito dopo. La condivisione della proposta di catechesi può tuttavia costituire un aiuto a ricevere in modo più consapevole l’Eucaristia. Si può eventualmente proporre uno speciale festeggiamento in occasione della “prima comunione” degli altri ragazzi» (n. 3421). Lo stesso documento esorta saggiamente a verificare le motivazioni che impediscono alla famiglia ortodossa di accedere al proprio ministro, se facilmente raggiungibile, per evitare di «cadere nel rischio di assecondare atteggiamenti di indifferentismo o relativismo ecclesiologico e di esporsi al dubbio di un latente proselitismo» (n. 3403). Alla luce di questa chiara normativa non è difficile procedere con saggezza nell’itinerario pastorale intrapreso.

Celebrazione del matrimonio e fotografi

Una coppia di sposi fotografi professionisti chiamati ad espletare il servizio fotografico in una chiesa parrocchiale si sono sentiti rispondere che il servizio doveva svolgersi dopo il rito del Matrimonio stesso (vedi anche Battesimo, Cresima, prima Comunione). Il quesito è questo: pur essendo fotografi professionisti occorre avere una qualifica superiore per il servizio fotografico in chiesa per le celebrazioni liturgiche? Se si, è la diocesi di appartenenza che rilascia questa qualifica superiore o occorre partecipare a corsi specialistici organizzati, con rilascio di attestato di partecipazione?   Michele O. 

Le foto sono una legittima ed emozionante memoria di eventi significativi della nostra vita. L’evento è certamente più importante della foto-ricordo; per questo esso dev’essere in primo luogo rispettato nella sua verità. Diversamente la foto diventa ricordo di una finzione e in qualche modo rischia di cadere nel ridicolo e di perdere il suo impatto di autentica emozione. Questa dimensione di verità, per il cristiano, vale soprattutto per i più importanti eventi sacramentali che segnano profondamente la sua vita, come i sacramenti dell’iniziazione cristiana (Battesimo, Confermazione e prima partecipazione all’Eucaristia) e i sacramenti del servizio della comunione (Ordine e Matrimonio). Non sarebbe corretto fingere di ignorare che non poche celebrazioni dei sacramenti, appena sopra elencati, hanno luogo, purtroppo, nel contesto di assemblee distratte e rumorose dove gli elementi mondani e folcloristici prendono il sopravvento.

Per onestà bisogna anche riconoscere che sovente i fotografi ufficiali non sono gli unici e neppure quelli che disturbano di più. Resta, tuttavia, altrettanto vero che i fotografi (soprattutto quelli improvvisati), pur essendo degli autentici professionisti dal punto di vista tecnico, hanno difficoltà a inserirsi nella dinamica del rito liturgico che prevede momenti di intensa e attiva partecipazione interiore ed esteriore da parte di tutta l’assemblea attraverso le orazioni, l’ascolto, il silenzio, il canto e la musica... Così dovrebbe essere sempre, anche nel rito nuziale. Ma sappiamo come va a finire in molti, troppi casi, e non solo per colpa dei fotografi. Questi, tuttavia, proprio perché professionisti, dovrebbero in primo luogo conoscere e tenere presente l’ideale della celebrazione liturgica nuziale e fare correttamente, per quanto possibile, la loro parte.

Per questo, fin dal 2000 l’Ufficio Liturgico Nazionale ha proposto alle diocesi un modello di convenzione da stipulare con i fotografi. Essa prevede un essenziale corso di formazione dopo il quale viene rilasciata un’autorizzazione per svolgere il servizio fotografico durante le celebrazioni liturgiche. Alcune diocesi hanno messo in atto questo sistema; non ci sono dati ufficiali per dire con precisione con quale risultato. Altre diocesi hanno ignorato questa possibilità. Dov’è stato fatto sono stati molti i fotografi che hanno partecipato e apprezzato questo contributo alla loro professionalità. Professionalità che, forse, con un po’ di dialogo con il clero, potrebbe evitare soluzioni esasperate come quella di fotografare «finzioni» dopo il rito.

Ci resta un drammatico interrogativo: chi e come formare gli «invitati» che sovente sono presenti per la «cerimonia» e non per il sacramento?

Quanti padrini per il battesimo e per la cresima?

Quanti padrini ci vogliono al battesimo e alla cresima per un catecumeno?    Rosaria M.

L’evoluzione storica dell’Iniziazione cristiana in Occidente ci porta a dover distinguere, in riferimento ai padrini, il battesimo dei bambini da quello degli adulti. Per quanto riguarda gli adulti le norme sono chiare: il padrino (o madrina) è unico. Poiché i tre sacramenti dell’Iniziazione cristiana sono celebrati di norma senza soluzione di continuità, il padrino è lo stesso per i due sacramenti (cf. RICA 42-43; 231).

Per quanto riguarda i bambini, originariamente erano i genitori che presentavano i loro figli al battesimo (cf. Traditio apostolica di Ippolito, 21; anno 220 circa). Attorno al VI secolo, sul modello del catecumenato degli adulti, si pose accanto ai genitori (o in sostituzione di essi) un padrino. Dal secolo VIII si trovano due padrini, un maschio e una femmina, che, in modo speculare, rappresentassero la genitorialità spirituale e, data la frequente mortalità in giovane età, anche l’impegno di colmare in qualche modo l’assenza dei genitori. Il Concilio di Trento (1545-1563), pur confermando l’antica prassi di un unico padrino, anche di sesso diverso dal battezzando, accetta anche la prassi di un padrino e di una madrina insieme (cf M. RIGHETTI, Storia liturgica, IV, 118). Questa norma è valida ancora oggi: «Si ammettano un solo padrino o una madrina soltanto, oppure un padrino e una madrina» (can. 873). Questo canone non fa esplicita distinzione fra bambini e adulti. Tuttavia il RICA fa sempre riferimento ad un solo padrino/madrina. Ciò resta l’ideale anche per il battesimo dei bambini. Anzi, è conveniente che per la cresima «venga assunto come padrino colui che ebbe il medesimo incarico nel battesimo» (can. 893 § 2). Questa norma, infatti, presuppone che il padrino abbia svolto veramente la sua missione di accompagnatore nell’itinerario di maturazione della vita cristiana del proprio figlio spirituale e la continui ancora fin quando possibile.

Resta un dubbio: se nel battesimo i padrini sono stati due e hanno svolto bene il compito, possono assumere entrambi questo ufficio anche nella cresima? Le norme ufficiali non lo dicono espressamente, ma così afferma il canonista Luigi Chiappetta: «A termini del Codice precedente il cresimando poteva avere un solo padrino e del medesimo sesso. L’una e l’altra norma sono state soppresse» (Prontuario di diritto canonico e concordatario, n. 847).

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