Liturgia e Vita

24 dicembre 2016

CANTATE AL SIGNORE

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Baciare la statua del Bambino Gesù

La notte di Natale c’è la tradizione di baciare la statua del Bambino Gesù, che il sacerdote porge ai fedeli. Confesso che ciò mi mette un po’ a disagio. Mi chiedo: perché baciare una statua? Non ci sarà dietro un po’ di idolatria o di superstizione?    Nicola

 

Non è possibile determinare con precisione il tempo in cui ebbe inizio questa prassi che non è riportata da alcun libro liturgico. Si tratta, infatti, di una semplice espressione della pietà popolare che, senza dubbio, affonda le sue radici nella tradizione francescana del presepio e in particolare nell’atteggiamento dello stesso san Francesco d’Assisi che «al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato a un seno umano. Baciava con animo avido le immagini di quelle membra infantili...» (TOMMASO DA CELANO, Vita seconda di san Francesco d’Assisi, cap. 151 § 199).

Santa Teresa d’Avila († 1582) insegnava alle sue suore a fare statuette del Bambino Gesù, il che fa intuire la presenza di questa devozione, che si sviluppò soprattutto nel secolo seguente, come attesta il santuario del Bambin Gesù di Praga (1628). È con molta probabilità in questo stesso periodo che si diffuse la prassi del bacio alla statua del Bambino Gesù al termine della Messa di mezzanotte a Natale (cf. Bambino Gesù, in Enciclopedia Cattolica II, pp. 771-772).

Accusare questo gesto di idolatria mi pare esagerato. Anche i gesti più santi possono diventare superstiziosi; dipende dalle nostre motivazioni. Il bacio è un gesto profondamente umano e, come ogni atto esteriore di culto, non è indirizzato agli oggetti, alle immagini, alle statue, ma a colui che queste realtà materiali intendono rappresentare.

Così affermò già nel 787 il secondo Concilio di Nicea. Quando baciamo la fotografia di una persona cara non intendiamo baciare un pezzo di carta. In ogni caso, questa tradizione popolare, per l’odierna e diversa sensibilità religiosa e, forse, ancor di più per motivi pratici, compresi quelli igienici, è sempre meno frequente nelle nostre chiese. Il Direttorio su pietà popolare e liturgia la tiene comunque presente, ma collegandola direttamente con il presepio: «Al termine della celebrazione [Messa di mezzanotte] potrà aver luogo il bacio dei fedeli all’immagine del Bambino Gesù e la collocazione di essa nel presepio allestito in chiesa o nelle adiacenze» (n. 111).

L’organo e gli altri strumenti musicali nella liturgia

Volevo proporvi una domanda che spesso mi viene in mente vedendo intorno a me un sempre maggiore rifiuto, se non ostilità, nei confronti dell’organo a canne. Mi sembra inutile fare un’analisi di cosa e come si canta all’interno della liturgia, poiché penso che ci sia un ventaglio infinito di realtà. A volte anche da parte del clero ciò che importa è che si faccia «gruppo» dove «tutto va bene», importante il numero, non il contenuto. Avrà un futuro l’organo in Chiesa? Sarà uno strumento per pochi, oppure ci sono dei segni di valorizzazione reale sia nel mondo giovanile sia in quello degli adulti? Grazie.   Venanzio

 

Da anni si recrimina la banalizzazione della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II. Tale banalizzazione ha costituito, nei passati decenni, l’ostacolo maggiore al cammino indicato dallo Spirito Santo attraverso il Concilio ecumenico (cf. SC 43). Non senza ragione da circa trent’anni tutti i documenti sulla liturgia insistono sulla formazione e, in particolare, sull’arte del celebrare. Arte che ovviamente include anche il canto e la musica in quanto non semplici elementi ornamentali, ma espressione integrante della preghiera liturgica (cf. Musicam sacram 5, 11 e 16; Premesse alla Liturgia delle Ore, 270). Canto e musica nella liturgia non mirano semplicemente al godimento estetico, ma sono in funzione della partecipazione attiva dell’assemblea; cioè di un’autentica preghiera interiore ed esteriore da parte di tutti (cf. OGMR 39-41 e 103).

Per quanto riguarda la strumentazione, è ovvio che nella tradizione culturale occidentale l’organo abbia un posto particolare nel culto liturgico e nessun altro strumento (nella nostra cultura!) è in grado di eguagliarne la forza evocativa di profondi sentimenti religiosi (cf. SC 120). Tuttavia la stessa Costituzione conciliare sulla liturgia, allargando lo sguardo sui vasti e variegati orizzonti culturali, non solo spaziali ma anche temporali, in cui è radicata la Chiesa, non esclude altri strumenti «purché siano adatti all’uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l’edificazione dei fedeli» (SC 120: cf. anche Messale romano, Precisazioni CEI, n 13). Del resto, molte celebrazioni liturgiche presiedute dal Papa, oltre alle GMG, dimostrano come l’assemblea possa partecipare devotamente con il canto sostenuto da un’intera orchestra.

Non dobbiamo dimenticare che una certa diffidenza verso gli strumenti diversi dall’organo fu proprio causata dal loro uso in semplice funzione concertistica ed estetica (cf. Pio X, Tra le sollecitudini, VI, 15-21). Il che, in una corretta comprensione dell’azione liturgica secondo la riforma del Vaticano II, non dovrebbe più succedere. Dopo un periodo di inevitabili malintesi, sembra che oggi nella Chiesa ci siano segni inequivocabili che preludono ad una seria e serena applicazione della riforma liturgica. Ciò dovrebbe far superare nostalgie per un passato che ha saputo dare anche egregie risposte per il suo tempo, ma che oggi sarebbe del tutto inadeguato per rispondere alle esigenze della nuova evangelizzazione.

Con quale criterio scegliere i canti per la Messa?

Non so se potete darmi delucidazioni per un fatto successo il giorno di Pentecoste nella mia parrocchia dove 25 bambini hanno ricevuto la Prima Comunione. I canti scelti per l’occasione sono stati «Rallegriamoci esultiamo» (ingresso), «Segno d’unità» (offertorio), «Ostia Santa» (comunione), «Ave Maria» di Balduzzi (ringraziamento), «Andate in tutto il mondo» (finale). Mi è stato contestato, visto che sono la responsabile della liturgia sia parrocchiale sia vicariale, il canto Ave Maria, dicendomi che la Madonna in questo giorno solenne di Pentecoste, non doveva esistere, bisognava cantare un canto allo Spirito Santo. Faccio presente che tutti i bambini hanno cantato il canto suddetto, con tanta gioia e devozione. I fiori non andavano bene (rose bianche e rosa) perché doveva essere un’esplosione di rosso. Doveva essere usato l’incenso con fraganza che si usa nel giorno della Pentecoste, (non sapevo ci fosse questa differenza e tanto meno l’esistenza di un incenso diverso per Pentecoste). Ovviamente per la Messa serale di Pentecoste i canti sono stati diversi, sia il canto d’ingresso sia quello di comunione, rivolti allo Spirito Santo.   Tina


Soltanto i testi dei canti dell’ordinario della Messa sono obbligatori (Kyrie, Gloria, Santo, Agnello di Dio...). Infatti, questi, se non sono cantati devono essere almeno recitati. I canti del proprio (ingresso, comunione, eventuale canto offertoriale) possono essere sostituiti con altri testi «purché tali canti si accordino con il particolare momento della Messa, con la festa e il tempo liturgico» (La musica sacra, 32). Questi tre criteri sono stati recentemente (2009) ribaditi e precisati dai vescovi italiani: a) la pertinenza rituale, cioè il canto deve diventare elemento integrante e autentico dell’azione liturgica in corso; b) la verità dei contenuti in rapporto alla fede vissuta ed espressa nella liturgia della Chiesa; c) la buona qualità dell’espressione sia linguistica sia musicale; d) la cantabilità effettiva da parte dell’assemblea, quando ciò previsto o raccomandato (cf Repertorio Nazionale dei canti per la liturgia. Premessa, 6-7).

Non mi risulta che qualcuno dei canti elencati da Tina si trovi in questo repertorio. Questo non è un problema. Il repertorio stesso precisa che non «intende soppiantare i canti già in uso e neppure impedire che vengano prodotti e messi in circolazione nuovi canti, nel rispetto delle norme liturgiche» (ivi, n 5).

Sottopongo all’amica Tina soltanto alcuni interrogativi: i testi dei canti erano pertinenti all’azione liturgica in atto? Fra i canti dell’ordinario è stato cantato almeno il Santo con tutta l’assemblea (cf. OGMR 79)? Maria era presente nel cenacolo dove avvenne la prima Pentecoste cristiana... Tuttavia, più che canto di ringraziamento l’Ave Maria avrebbe trovato una più corretta collocazione come affidamento e invocazione di protezione prima della benedizione e del congedo. Senza dubbio la mancanza di un canto che facesse eco a tutti i testi liturgici del giorno che fanno riferimento allo Spirito Santo suscita una certa sorpresa.

Dalla descrizione fatta dalla lettrice si ha l’impressione che l’aspetto di «prima comunione» abbia avuto il sopravvento sull’Anno liturgico, cioè sulla dimensione ecclesiale della Pentecoste. Non commento l’osservazione sui fiori e sul profumo dell’incenso per non rischiare di far identificare la liturgia della Chiesa con elementi così marginali, talvolta al limite del ridicolo.

Canti per il momento della comunione

Desidero sapere secondo quali criteri scegliere i canti da eseguire durante la comunione. Grazie.  sr. Emiliana


Vale anche per il momento della comunione ciò che è detto riguardo a tutti i canti per la liturgia. I criteri generali per la loro scelta sono chiaramente sintetizzati nella premessa al Repertorio Nazionale fatto pubblicare dalla Conferenza Episcopale

Italiana nel 2009.

1. La pertinenza rituale. Non si canta semplicemente per cantare! Il canto è chiamato a esprimere con coerenza il momento rituale

che si sta vivendo. Dev’essere «elemento integrante e autentico dell’azione liturgica in corso». Una coerenza che non dovrebbe neppure ignorare il tempo liturgico. L’antica tradizione della Chiesa aveva dei canti-segnale nei diversi tempi liturgici «forti» (Rorate caeli desuper per l’Avvento; Attende Domine per la Quaresima). Le stesse antifone mariane, a conclusione della liturgia delle Ore, tengono conto dei diversi tempi liturgici (Alma Redemptoris Mater; Ave Regina caelorum; Regina caeli; Salve Regina; rispettivamente per Avvento/Natale, Quaresima, Tempo di Pasqua e Tempo Ordinario). In breve, non è molto corretto fare tutto l’anno gli stessi canti, tantomeno fare qualsiasi canto senza tenere conto del rito in atto.

2. La verità dei contenuti in rapporto alla fede vissuta nella Chiesa ed espressa nella liturgia. Non è sufficiente che i canti piacciano: essi devono esprimere una corretta teologia; sono chiamati a cantare la fede ispirandosi alla Scrittura.

3. L’espressione linguistica. Il linguaggio liturgico e quello dei canti usati per la liturgia non dev’essere quello della strada o delle conferenze sistematiche, ma quello della poesia che comunica per immagini fortemente simboliche ed evocative.

4. La qualità della composizione musicale. La musica brutta, banale e più adatta alla canzonetta che non alla preghiera, non costituisce un buon supporto per comunicare dignitosamente ed efficacemente il mistero della fede. In certi casi la forma diventa sostanza!

5. L’effettiva cantabilità per un’assemblea media. In altre parole, la forma musicale del canto dev’essere percepita dai fedeli come parte integrante o integrabile della propria cultura. Tenendo sempre ben presente «che non c’è niente di più solenne e festoso nelle sacre celebrazioni di un’assemblea che, tutta, esprime con il canto la sua pietà e la sua fede» (Musica sacra, n. 16; cf. anche OGMR, nn. 39-41).

A questo punto suor Emiliana, delusa, esclamerà: «Ma allora quali canti devo scegliere?». Non mi sento di fare un elenco dettagliato di canti «corretti e adatti» per la comunione. Ci ha già pensato il Repertorio Nazionale, raccogliendo ben 41 canti eucaristici fra i più diffusi, ma che non pretendono di essere esclusivi. Il repertorio canoro postconciliare è ancora in formazione. La scelta, tenendo conto dei criteri sopra elencati, è affidata alla formazione liturgica, al buon senso e al buon gusto dei responsabili locali i quali dovranno fare i conti anche con la tipologia della particolare assemblea.

Il canto al termine della Messa

Nella nostra parrocchia abbiamo un problema per quanto riguarda il canto alla fine della Messa che normalmente è il canto della Salve Regina. Dopo il congedo i fedeli tendono ad andarsene. Il sacerdote deve restare sull’altare per facilitare il canto dell’assemblea?      Valeriana Mercanti


Precisiamo subito che l’Ordinamento generale del Messale romano non prevede alcun canto al termine della Messa (cf. OGMR 90). Si tratta di una consuetudine devozionale instauratasi quando i fedeli, praticamente emarginati dalla celebrazione liturgica, potevano finalmente esprimere visibilmente la loro partecipazione.

In passato non era permesso all’assemblea intervenire nella liturgia con canti nella lingua del popolo, detta anche lingua «volgare» (dal latino vulgus = popolo non erudito e quindi non parlante il latino). Si deve a Pio XII il primo importante e generale intervento per promuovere il canto durante la Messa in lingua volgare (1955), sebbene sovrapposto alla Messa del sacerdote e con molte limitazioni. Questi canti, «sebbene nelle Messe cantate solenni non possono usarsi senza speciale permesso della S. Sede, tuttavia nelle Messe celebrate in forma non solenne possono mirabilmente giovare affinché i fedeli assistano al santo Sacrificio non tanto come muti e quasi inerti spettatori, ma accompagnando l’azione sacra con la mente e con la voce uniscano la propria devozione con le preghiere del sacerdote purché tali canti siano ben adatti alle varie parti del Sacrificio» (Musicae sacrae disciplina).

Fatta questa breve digressione storica, anche per meglio apprezzare il cammino compiuto dalla riforma liturgica del Vaticano II, possiamo porci qualche interrogativo sul canto finale e rispondervi con ragioni fondate. Anche se non più previsto, essendo venute a mancare le motivazioni del passato, questo canto resta possibile e talvolta anche opportuno. Infatti, a Messa conclusa può in alcune circostanze accompagnare la processione dei ministri che ritornano in sacrestia, sebbene sia più adatto il suono dell’organo. In alcune feste in onore di Maria e dei santi non è affatto fuori luogo terminare con un canto in loro onore. Vi è, tuttavia, il rischio che, se l’assemblea è obbediente al congedo, questo canto si inserisca in un contesto tutt’altro che favorevole alla devozione poiché alcuni o molti se ne stanno andando. In tal caso, anche per essere «veri», come richiede una corretta liturgia, e fare veramente ciò che si dice, perché non collocare il congedo solo dopo il canto? Bisogna, però, evitare di appesantire abitualmente la conclusione della Messa, soprattutto se vi fosse già stato un canto dopo la comunione (cf. OGMR 88).

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